Susanna Manara, alias Susy Bomb, ha ricevuto un’ educazione cattolica ed è una praticante che, tuttavia, sia pure durante un periodo di crisi, e dopo aver fatto la conoscenza di Ortensio Sollazzo, si lascia frastornare e (momentaneamente) affascinare dalla New age.
“Susy aveva coperto la sua storia con la New Age, aveva parlato a Gabri della sua ricerca di una Illuminazione, della Fonte di Energia che comunemente si chiama Dio, della sua Paura di vedere, del suo tentativo di superare i Limiti, ma, con tutto questo, non sapeva se fosse riuscita a convincerla…”.
(Pag. 259)
Non c’è bisogno che scatti quella che Kierkegaard chiamava “l’ora della mezzanotte” per avvertire il bisogno del Sacro; per vie dritte o per vie traverse, si direbbe che si tratta di un istinto insopprimibile dell’uomo. La religione è antica quanto la civiltà: l’esclusione totale di Dio dall’orizzonte umano non è testimoniata per nessun tempo e, quando è storicamente avvenuto (ex Unione sovietica, Cina popolare), che le leggi abbiano impedito un’aperta professione di tale esigenza, questo non significa affatto che essa sia scomparsa dai cuori degli uomini che a quella stessa legge obbedivano.
Perché il nostro tipo di intelligenza evoluta sembra avvertire che il mondo non è fatto solo di quello che vediamo e che tocchiamo. Perché i sentimenti, i desideri, le aspirazioni vanno ben oltre i limiti angusti dell’esistenza temporale. Non siamo capaci di vedere Dio, però siamo capaci di concepirlo. Non riusciamo a dimostrarne nè l’esistenza nè l’inesistenza, però, se ne pronunciamo il nome, il concetto ci si affaccia con chiarezza alla mente. Come può il concetto di un essere perfettissimo sembrarci intuitivamente più semplice di quello, mettiamo, dell’infinito matematico o del moto di rivoluzione dei pianeti?
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Tra i comprimari di “Che fine ha fatto Susy Bomb?”, ci sono Floppy (vero nome Alessandro), Dean (vero nome Vittorio), Santarita (vero nome Rita) e Sara, quattro studenti romani, sui vent’anni, che hanno fondato una cellula del gruppo “Salviamo i nani da giardino”, e che, fra loro, si definiscono semplicemente “Nani”. La filosofia che li muove è semplice:
“Generalmente una notte al mese Sara usciva col suo gruppo per liberare le anime dei nani, imprigionate in stupidi involucri di terracotta, nei giardini di villette di periferia col tetto dai mattoni rossi e gli autobus extraurbani che stridevano vicino, e, dopo aver riposto il martello sotto una pila di panni, andava a dormire e si risvegliava il pomeriggio successivo”. (Pag. 61)
“L’energia del gruppo Salviamo i Nani da giardino era al colmo. Erano dei combattenti, ma rifiutavano per principio la violenza e, nei loro attacchi, usavano esclusivamente metodi ecologici e naturali come il martello, presente nella storia, probabilmente, almeno dall’Età del bronzo in poi”. (Pag. 109)
E’ capitato più di una volta, nel corso di una presentazione del romanzo, di ascoltare lettori o lettrici che ponevano questa domanda: esiste realmente qualcosa di simile, insomma un movimento che si prefigge di liberare le anime dei nani da giardino, oppure si tratta di un’invenzione?
Sì e no. Di fantasia è, senza dubbio, la cellula romana; tuttavia queste idee circolano davvero, benché il nano-pensiero si divida in due categorie. Oltre ai “martellatori”, come i ragazzi del romanzo, ci sono coloro che reputano più corretto “rapire”, semplicemente, i nani da giardino, per poi riportarli nei boschi, considerati come il loro ambiente naturale. In questa credenza c’è, s’intende, un po’ di tutto: la voglia di sorridere e un tocco di animismo (la persuasione che in ogni cosa, anche se materiale, si nasconda un’anima); un miscuglio di mitologia e di New age nonché una rivisitazione, come nel caso dell’ideologo del gruppo romano, il professor Piero Boni, della teoria di Jung che riguarda l’inconscio collettivo e gli archetipi.
Karl Gustav Jung (1875- 1961) teorizzò che, oltre all’inconscio personale, ne esiste un altro, comune a tutti gli uomini, che si trova alla base della mitologia, della cosmologia e anche della religione dei popoli. L’inconscio collettivo, una specie di “attività psichica superindividuale”, per usare le parole dello psicanalista svizzero, non è intessuto di concetti, bensì di immagini e di simboli, definiti “archetipi”.
E gli archetipi sarebbero “le forze motrici spirituali e le forme o le categorie che le regolano”. Nell’interpretazione - in verità molto personale… - del professor Boni, i Nani da giardino hanno la funzione junghiana di tradurre il mondo interiore all’esterno, sotto una forma creativa. In particolare, Pisolo rappresenterebbe una invariante della mente umana….
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