Tra i comprimari di “Che fine ha fatto Susy Bomb?”, ci sono Floppy (vero nome Alessandro), Dean (vero nome Vittorio), Santarita (vero nome Rita) e Sara, quattro studenti romani, sui vent’anni, che hanno fondato una cellula del gruppo “Salviamo i nani da giardino”, e che, fra loro, si definiscono semplicemente “Nani”. La filosofia che li muove è semplice:
“Generalmente una notte al mese Sara usciva col suo gruppo per liberare le anime dei nani, imprigionate in stupidi involucri di terracotta, nei giardini di villette di periferia col tetto dai mattoni rossi e gli autobus extraurbani che stridevano vicino, e, dopo aver riposto il martello sotto una pila di panni, andava a dormire e si risvegliava il pomeriggio successivo”. (Pag. 61)
“L’energia del gruppo Salviamo i Nani da giardino era al colmo. Erano dei combattenti, ma rifiutavano per principio la violenza e, nei loro attacchi, usavano esclusivamente metodi ecologici e naturali come il martello, presente nella storia, probabilmente, almeno dall’Età del bronzo in poi”. (Pag. 109)
E’ capitato più di una volta, nel corso di una presentazione del romanzo, di ascoltare lettori o lettrici che ponevano questa domanda: esiste realmente qualcosa di simile, insomma un movimento che si prefigge di liberare le anime dei nani da giardino, oppure si tratta di un’invenzione?
Sì e no. Di fantasia è, senza dubbio, la cellula romana; tuttavia queste idee circolano davvero, benché il nano-pensiero si divida in due categorie. Oltre ai “martellatori”, come i ragazzi del romanzo, ci sono coloro che reputano più corretto “rapire”, semplicemente, i nani da giardino, per poi riportarli nei boschi, considerati come il loro ambiente naturale. In questa credenza c’è, s’intende, un po’ di tutto: la voglia di sorridere e un tocco di animismo (la persuasione che in ogni cosa, anche se materiale, si nasconda un’anima); un miscuglio di mitologia e di New age nonché una rivisitazione, come nel caso dell’ideologo del gruppo romano, il professor Piero Boni, della teoria di Jung che riguarda l’inconscio collettivo e gli archetipi.
Karl Gustav Jung (1875- 1961) teorizzò che, oltre all’inconscio personale, ne esiste un altro, comune a tutti gli uomini, che si trova alla base della mitologia, della cosmologia e anche della religione dei popoli. L’inconscio collettivo, una specie di “attività psichica superindividuale”, per usare le parole dello psicanalista svizzero, non è intessuto di concetti, bensì di immagini e di simboli, definiti “archetipi”.
E gli archetipi sarebbero “le forze motrici spirituali e le forme o le categorie che le regolano”. Nell’interpretazione - in verità molto personale… - del professor Boni, i Nani da giardino hanno la funzione junghiana di tradurre il mondo interiore all’esterno, sotto una forma creativa. In particolare, Pisolo rappresenterebbe una invariante della mente umana….
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