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Inchieste!


Inchieste tra i lettori e i fan di Susy! Tutti quelli che hanno amato, amano o ameranno Susy Bomb hanno un occhio vigile e attento sulla società contemporanea, e gradiscono saperne di più...



Lug
20
2010
A scrivere s’impara? - 2

A scrivere s’impara?

S’impara il cinese, s’impara a costruire una freccia con la punta di selce, perché mai non si dovrebbe poter imparare a comporre una pagina che si regge su una giusta punteggiatura, non contiene “fare” come unico verbo ripetuto dieci volte, e in cui, quando occorre, si va a capo con correttezza?

Qui sulla spiaggia di Cesenatico, sotto l’ombrellone, l’argomento delle sgrammaticature dei maturandi sta tenendo banco. Una signora di Como, ex insegnante, mi fa notare che è piuttosto ottimistico il ritenere che la scarsa familiarità con la grammatica e la sintassi riguardi soltanto i ragazzi. Ribadisce il concetto proponendo una semplice prova. Sottoponendo agli adulti un saggio breve, un componimento di ordine storico o il famoso “articolo di giornale”, vedremmo parecchi volti oscurarsi dinanzi a simili tormenti di Tantalo e, soprattutto, i risultati sarebbero ancora più deludenti.

Un’altra bagnante- come si diceva una volta- sostiene che si tratta di un fatto generazionale. Si spiega meglio: chi ha frequentato le elementari prima del ’68, o nei suoi immediati dintorni, diciamo i primi anni Settanta, prima che l’onda lunga della cosiddetta “destrutturazione linguistica” si allargasse, quando ascolta le parole “predicato, soggetto, copula”, non sgrana gli occhi e anzi comprende immediatamente ciò a cui si allude. La signora afferma con sicurezza che, sottoponendo alla prova di cui si è parlato in precedenza gli over 45, la differenza si vedrebbe.

La discussione si allarga. Qualcuno è ancora persuaso che corretti nell’espressione scritta si nasca (tipo grammatica come Idea innata), o, al contrario, si nasca senza il senso della misura, della proprietà e dell’armonia.

“A scrivere non s’impara”, dice, scuotendo la testa, un funzionario di banca di Bologna.

“Probabilmente”, azzardo, “a scrivere come Dante o Edgar Allan Poe, magari, no. Però, per evitare “proggetto”, non dovrebbe essere necessario chissà che”.

“La colpa è della scuola”, dà la mazzata finale la titolare di un’Agenzia di viaggi della zona, la stessa che, pochi giorni fa, poiché non riesce a organizzare un pullman per l’Arena di Verona per mancanza del numero minimo, ha già sentenziato che, se la gente non va all’Opera, è tutta colpa della scuola.

Per favore, gente. Andateci, all’Arena con un bel viaggetto organizzato dalla mia vicina di ombrellone.

Perché la scuola ne ha già così tante, di colpe, che anche una in meno sul groppone un po’ di sollievo, a noi insegnanti, ce lo dà.

Lug
06
2010
Gli studenti italiani non sanno più scrivere? - 1

Luglio, tempo di vacanze, ma anche di Esami di Stato. Molte commissioni sono ancora allavoro e, mentre si suda sui libri (e non solo) magari non guasta una (breve) riflessione sul frutto di tanto sforzo, dalla parte degli studenti, senz’altro, ma anche dei loro professori.

Da poco sono stati resi noti i risultati dell’INVALSI, l’agenzia nazionale per il controllo della qualità della scuola italiana, relativi agli elaborati della scorsa edizione degli esami (2009). Il campione, abbastanza rappresentativo, ha riguardato ogni tipo di scuola secondaria, dai licei ai professionali. Quello che emerge nettamente è un dato molto sconfortante: la grande maggioranza dei nostri studenti (e parliamo di maturandi al termine del ciclo!) conosce pochissimo e malissimo la propria lingua madre.

Tali risultati sembrano contrastare frontalmente con l’evidenza di una certa spigliatezza nell’eloquio dei ragazzi, in confronto, ad esempio, con i parecchi “beh,bah,boh” di una generazione fa.

Come dire: gli attuali maturandi dimostrano presenza di spirito e capacità reattive di fronte a un’intervista o magari un’interrogazione, eppure, se li metti a tavolino, sono guai.

Gli esperti dell’INVALSI hanno riesaminato i temi- campione ignorando i relativi giudizi espressi dalle Commissioni, e hanno valutato i contenuti dal punto di vista della correttezza grammaticale, la ricchezza lessicale e la validità/ logicità/ congruenza delle argomentazioni.

Gli studenti dei licei risultano generalmente più corretti di quelli di altri ordini di scuola: meno “un’esempio”, “antologgia”, “suffraggio” o errori nella divisione in sillabe. Tuttavia, in quanto alle improprietà di diversa natura nelle quali si incorre quando non si conosce a sufficienza la propria lingua, o non la si padroneggia, non c’è da stare allegri neanche nei Classici.

La punteggiatura è assente o casuale; maiuscole e maiuscole prendono l’una il posto dell’altra; “sicchè” e “perché”, “dunque” e “quindi” sono usati come sinonimi. Abbondano le virgolette, spesso usate a sproposito perché non si conosce il termine esatto; e i vocabolari, consentiti in ogni prova, servono più per nascondere fogliettini volanti con riassunti illegali o fotocopie miniaturizzate che non per cercarvi sinonimi, concordanze, espressioni…

Si può invocare l’abitudine al PC o agli SMS, ma questo non assolve né i ragazzi, né noi insegnanti (che li promuoviamo). L’obbligo di rispettare comunque una convenzione ortografica rimane, perché, senza di essa, nulla reggerebbe, né l’articolo di fondo né la “Commedia”.

Giu
10
2010
Susy Bomb ha cinquant’anni…

…anzi quasi cinquantuno, visto che è del ‘59.

Mamma mia! Che numero impressionante, quando se ne hanno trenta o quaranta! Mi è rimasto ancora sulla bocca il modo di dire”oh, ma non  ho mica cinquant’anni”, che dovrò frettolosamente rivedere in “oh, ma non ho mica sessant’anni”… in attesa di spostare ancora più in là, quando sarà.

Nel Molise c’è un proverbio poco incoraggiante (ma i proverbi, si sa, risalgono alla notte dei tempi, insomma spesso fotografano una realtà sorpassata: speriamolo):

“Cinquant’anni? Buttati a mare con tutti li panni”.

Ma non è più così, vero?

Nov
15
2009
Vale la pena di stare a dieta per tutta la vita?

L’interrogativo non è proprio così drammatico e pregnante come l’amletico “Essere o non essere?”, però la simpatica Angela ci offre l’occasione di parlarne. Bilancia, calorie, diete dissociate o bilanciate, “ho messo su un chilo o due”, “non entro più nella gonna o nei jeans”, “scoppio da tutte le parti”: più o meno ognuna di noi si esprime in questo modo  diverse volte al giorno. Ognuna di noi ha in mente il proprio periodo aureo (dalla taglia 42 alla 44), quello ancora accettabile (dalla 44 alla 46), quello dello straripamento completo (dalla 46  in là,  verso l’infinito e oltre come Buzz Lightyear).

A me è successo di rimpiangere la moda ottocentesca o addirittura settecentesca, che in effetti tirava fuori il lato migliore di tutte e nascondeva quello che c’era da nascondere.

Posso raccontarti,  Angela, che una delle mie figlie, quand’era una bambina (evidentemente di buon appetito) una volta mi domandò se le suore fossero tenute ad essere magre, e io le risposi, naturalmente, di no. Forse sarebbe stato il caso di spiegarle che, in realtà, nessuno “è tenuto” ad essere magro, escludendo i casi in cui una dieta dimagrante si impone per motivi di salute; si tratta in effetti di una scelta culturale e sociale più che di un dovere con qualcosa da spartire con l’etica. A ogni modo io non fui così profonda e, per l’appunto, me la cavai con un semplice “no”, senza capire dove lei volesse arrivare. La mia secondogenita mi rispose: “Beh, allora da grande farò la suora, così potrò mangiare quanto mi pare”.

Nov
06
2009
Ma che senso ha scrivere?

Perché si scrive un romanzo, anzi, perché si scrive? Per confessarsi, inventarsi un mondo, vagare con la fantasia, comunicare, esprimere i lati  meno manifesti di se stessi ma che pure premono e urgono, impazienti di venir fuori? Per vanità, nevrosi, insopprimibile attitudine o desiderio di farsi conoscere? E che differenza c’è tra l’autore di romanzi e di racconti e il poeta, sia quello che si studierà a scuola (ammesso che ancora si faccia…) che quello conviviale, al quale i versi vengono facili?

Le catalogazioni attuali dei generi sono le più varie. Susy Bomb è stato definito appartenente alla “chick lit”, la letteratura di stampo anglosassone cosiddetta “delle pollastrelle”, ovvero una narrativa al femminile tinta di rosa, o anche “brillante” e “comico”. Credo che “La notte in cui sparì l’ultimo pollo” (ripeto, credo) appartenga anch’esso al filone “brillante”, ma senza pollastrelle (curioso, sembra un gioco di parole).

Chi ha qualche idea per definire i generi? Perché non ci proviamo?

Anche se la vera sfida sarebbe definire il senso vero e proprio della scrittura…

Set
21
2009
Le donne non sono tutte uguali (e le ragazze neanche)

In questo blog si parla soprattutto di donne, com’è naturale per un blog collegato a un romanzo “rosa”, inteso come “al femminile”. E se ne parla da svariate angolature, con frequenti interventi della cronaca -beh, si capisce, siamo la metà, e anche di più, del mondo.

Quindi mi è praticamente impossibile tacere e non riflettere almeno per un momento su quanto è accaduto a Sanaa, qui in Italia, qui a due passi da ciascuna di noi. E’ troppo forte il contrasto tra una società liberale e fortemente permissiva come la nostra, che ormai impartisce la stessa educazione ai maschi e alle femmine (e, di conseguenza, i comportamenti dei due sessi appaiono, spesso non piacevolmente, uniformati) , e la volontà di un genitore che, invece, ritiene di essere il padrone dello “ius vitae” della propria figlia.

Sappiamo tutte perfettamente che  nella maggior parte del pianeta la donna vive in una condizione di inferiorità spesso addirittura giuridica, dunque imposta dalla legge e non soltanto da una mentalità segregazionista, e che i diritti di cui godiamo in Occidente sono stati forgiati da lotte durate dei secoli. Per questo non è certamente accettabile che avvengano violenze contro le donne in qualsiasi Paese, ma, ancora di più, lo è in un Paese democratico, che ha lungamente combattuto affinchè i suoi membri, senza differenze di sesso o religione, possano effettivamente dirsi tutti uguali.

Lug
16
2009
Gli esami fanno di nuovo paura?

Archiviati da poco gli Esami di Stato in tutta Italia, con qualche coda per le classi più numerose, ed eccoci alle prese con i conti. Più che triplicati i non ammessi, raddoppiati i bocciati, e questo soltanto per le Superiori; si è tornati a respingere anche alle Scuole medie, classi intermedie comprese. E’ un bene o un male? Certamente una maggiore serietà, più che severità, era ed è auspicabile. A nessun operatore scolastico sfugge che i livelli medi di conoscenze si sono paurosamente abbassati nel giro di pochi anni in tutti gli ordini di scuole, e che, ad esempio, una licenza liceale, classica o scientifica, di un quindicennio fa, significava  una mole di lavoro e, soprattutto, una preparazione culturale non paragonabile a quelle attuali.

Giu
22
2009
Gli esami non finiscono mai

Susy Bomb è un’insegnante, Italiano e Latino in un Liceo classico, alle prese, più o meno un anno sì e un anno no (attualmente, con la nuova normativa) con gli esami di stato,  ex esami di Maturità, nome che però sopravvive nella coscienza comune…si capisce, si tratta di un rito di passaggio che ognuno considera essenziale, e che divide  i ricordi della giovinezza in un “prima” e un “dopo” .  Molti sono i  cambiamenti intercorsi a partire dal  1999, primo anno in cui si cominciò con la nuova normativa e si sostituì  l’ esame  “provvisorio” stabilito nel 1969 durato ben  trent’anni,   quello- bei tempi per gli studenti-con due materie all’orale e due agli scritti. Le oscillazioni hanno soprattutto riguardato la composizione della commissione, divisa in un primo momento tra esterni e interni, poi tutta fatta in casa (si immagina essenzialmente per ragioni di risparmio) , poi di nuovo metà e metà, ma non le tre prove scritte e tutte le materie orali, e neanche il voto finale in centesimi e non più in sessantesimi.

Come dai tempi di Gentile in poi, e nella persuasione che, in fondo, ogni generazione si ripropone sempre la stesse domande, ci si può domandare: servono veramente questi esami? Non basterebbe, come accade in molti paesi europei, il semplice scrutinio di fine d’anno? O un esame per tutte le facoltà universitarie alle quale ci si intende iscrivere? Rappresentano un’effettiva necessità, dato il valore legale del titolo di studi, o uno spreco di risorse?

E perchè mai molte università- quasi tutte- non concedono gran credito al voto finale, preferendo dare molto maggior valore ai propri test d’ammissione?

Giu
22
2009
Uguale non significa identico

…non è Susy Bomb a dirlo, ma la femminista anglosassone Charlotte Perkins Gilman, nel 1910. Non intendiamo essere identiche, per carità,  uguali, però,  sì!

Ma, ragazze,  quanto c’è voluto per darci la possibilità di fare le cose più banali e normali- fortunatamente per noi-, come votare, guidare la macchina, intestarci un’impresa, ereditare, avere una carta d’identità singola e non “appoggiata” a un tutore maschile, truccarci, mostrare le gambe, indossare pantaloni, uscire di casa senza ancelle o zie o parenti …e non dimentichiamo che tutto questo è ancora un sogno per tante e tante donne….E’ più difficile, comunque, smussare dalla testa di certi uomini pregiudizi stantii che non avere accesso a tutte le possibili carriere. Avete notato che quando una donna è criticabile per qualunque aspetto che nulla c’entra con la sua moralità, vera o supposta, c’è sempre una sola parola per qualificarla o insultarla? Sempre la stessa da millenni?

Giu
03
2009
Libretti femministi….

Dalla libreria di Madison dedicata alle donne, qualche altro spunto. Ho tra le mani un delizioso libretto illustrato con immagini di donne degli anni Cinquanta. Sono  dive platinate o  casalinghe da telefilm, tutte ravviate, truccate e con addosso un grembiulino perfetto, e ancora amiche che sorseggiano un the o un caffè in case superlinde.  Si capisce che il tutto ha un fine umoristico e satirico insieme: le donne sorridono, tengono in mano il piumino per la polvere, guardano il marito o i figlioletti con occhi adoranti e poi ne dicono di tutti i colori.

Qualcuna. “I lavori di casa mi affascinano..oh, potrei guardarti tutto il giorno mentre li fai!”.

Pubblicità sorridente del caffè: “Una maniera più veloce per fare le solite cose stupide”.

Una sposa con un bel velo di pizzo e l’immancabile sorriso: “Perchè mai dovrei maritarmi? Non ho fatto niente di male!”.

Una mamma con un pargolo sul seggiolone e tre scatenati bambini attorno: “Ma chi sono questi bambini, e perchè mi chiamano mamma?”.

La diva dalle forme sinuose: “La vita è breve. Sbrigati a tirar fuori la tua carta di credito”.

C’è qualcosa di simile anche da noi?

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