Archive for Dicembre, 2008
Natale 2008. Innanzi tutto, festa religiosa. Poi festa della famiglia, con ritorni a casa di figli universitari e parenti lontani. E infine, qui a Querceto in particolare,- una città in cui ogni incontro fortuito finisce al bar, e, se segui una dieta dimagrante, nell’opinione comune non sei dimagrito, bensì ti sei sciupato,- visite a cugini, zii e cognati e, immancabilmente, grandi pranzi tutti insieme. L’atteggiamento tipico, sia nelle vesti di chi prepara il pranzo che in quelle dell’invitato, è: assaggerò un po’ di tutto, ma limitandomi; non voglio ingrassare come l’anno scorso, e anche in tutti i decenni precedenti, di due chili, che poi mi porterò dietro per mesi; male che vada, e se proprio dovessi esagerare, camminerò a passo svelto per un paio d’ore dopo ogni pranzo/cena natalizio, in modo da limitare i danni.
Ma, quando sei a tavola, e onorando l’antico motto quercetano “o mangi e bevi, o te ne vai”, per l’appunto mangi e bevi, e, visto che hai mangiato ieri, e ormai la tua tabella di marcia è saltata, mangi anche oggi, e così per tutto l’arco delle feste, dalla vigilia fino all’Epifania. I pensieri che ti accompagnano, durante tutto il periodo in cui hai mollato, non sono più quelli iniziali. Il loro tenore generale è: fa freddo, e il corpo ha bisogno di calorie; se si è sottopeso (rischio che, comunemente, non si corre affatto dalle nostre parti)le difese immunitarie si abbassano; un tempo era molto diffusa la tubercolosi, mentre adesso, con un’alimentazione molto ricca, è praticamente scomparsa; qualche chilo in più distende le rughe e riempie le guance, oltre a rendere più rosea la carnagione; la stagione dei saldi dura ormai fino a marzo, sicchè, calcolando di trovarsi in sovrappeso per tutto gennaio, il tempo di dimagrire prima di nuovi acquisti c’è sempre.
Come sopravvivere a panettoni & torroni? Mangiandoli. Come abbiamo sempre fatto.
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Davvero si attinge alle antiche verità dell’uomo quando si tocca o semplicemente si sfiora il tasto “spiritualità”. Sembrano affacciarsi alla coscienza paure remote, ansie accantonate, desideri e speranze. La tensione verso l’alto è spesso frammista al timore di un’ illusione, sicchè si esita ad abbandonare la prospettiva dei sensi e delle certezze legate alla materia. Eppure questa tensione c’è, è innegabile. Il “superuomo” di Nietzsche, quello che non aveva bisogno di Dio, e neanche di un suo surrogato, non è ancora nato; se la razza umana non muterà completamente, probabilmente non nascerà mai. Riconoscere e accettare tutto questo non può e non deve diventare violenza, imposizione, sopruso. Dunque bisogno di sacro, sì ma, come scrive Alice, “quando questo bisogno si traduce in prevaricazione non mi piace”: è irragionevole pretendere che gli altri la pensino come noi, e il vecchio precetto della misura greca andrebbe applicato anche alle idee.
Altro spunto che ci offre Alice, quando scrive “Mi piacerebbe sentire un russo o un abitante qualsiasi dell’Est che ha vissuto in un paese dove la religione era bandita”: il bisogno del sacro era soltanto soffocato, e si trovava, attenuato, nell’intimo dell’animo, oppure era scomparso?
Personalmente, dubiterei di quest’ultima possibilità. Non sarebbe spiegabile il rifiorire delle chiese nell’attuale Russia appena dopo il crollo dell’Unione sovietica…..
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Umby ci scrive che la matematica “ sembra un concetto terribilmente umano: esso è la fiducia che ciò che conosciamo si ripeta all’infinito”. L’aggettivo “umano” , riferito alla matematica come scienza particolare, è senza dubbio realistico: esiste una matematica “dell’uomo”, la nostra. Eppure, nei principi della matematica c’è un bel po’ di metafisica. Pascal diceva che l’unico argomento accettabile dalla ragione per farci comprendere l’esistenza di Dio è proprio questo: ogni numero reale è superato da “+infinito”, ovvero da Dio, che è sempre superiore a tutti noi. Senza contare che un romanzo da non molto uscito in traduzione di noi, “I labirinti di Versailles”(titolo originale “La porte dèrobèe”), di due autori francesi, Christine Kerdellant e Eric Meyer, gioca tutta una dimostrazione dell’esistenza di Dio su una equazione, 0°=1, che giustificherebbe matematicamente la Creazione……
Ma si capisce che una prova “razionale” che possiede una sua validità logica non prova ugualmente un granchè! E’ una questione di cuore, sempre per rifarci a Pascal…E, ammesso che la matematica insegni davvero e soltanto a inseguire un ordine che nella natura c’è già, ma la quale non si fa caso singolarmente, ciò non toglie, caro Umby, che il baricentro dell’uomo rimanga inconquistato e che il bisogno del sacro sia quasi insopprimibile. Dove è stato negato, è comunque rispuntato, spesso in forme deteriori…
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Susanna Manara, alias Susy Bomb, ha ricevuto un’ educazione cattolica ed è una praticante che, tuttavia, sia pure durante un periodo di crisi, e dopo aver fatto la conoscenza di Ortensio Sollazzo, si lascia frastornare e (momentaneamente) affascinare dalla New age.
“Susy aveva coperto la sua storia con la New Age, aveva parlato a Gabri della sua ricerca di una Illuminazione, della Fonte di Energia che comunemente si chiama Dio, della sua Paura di vedere, del suo tentativo di superare i Limiti, ma, con tutto questo, non sapeva se fosse riuscita a convincerla…”.
(Pag. 259)
Non c’è bisogno che scatti quella che Kierkegaard chiamava “l’ora della mezzanotte” per avvertire il bisogno del Sacro; per vie dritte o per vie traverse, si direbbe che si tratta di un istinto insopprimibile dell’uomo. La religione è antica quanto la civiltà: l’esclusione totale di Dio dall’orizzonte umano non è testimoniata per nessun tempo e, quando è storicamente avvenuto (ex Unione sovietica, Cina popolare), che le leggi abbiano impedito un’aperta professione di tale esigenza, questo non significa affatto che essa sia scomparsa dai cuori degli uomini che a quella stessa legge obbedivano.
Perché il nostro tipo di intelligenza evoluta sembra avvertire che il mondo non è fatto solo di quello che vediamo e che tocchiamo. Perché i sentimenti, i desideri, le aspirazioni vanno ben oltre i limiti angusti dell’esistenza temporale. Non siamo capaci di vedere Dio, però siamo capaci di concepirlo. Non riusciamo a dimostrarne nè l’esistenza nè l’inesistenza, però, se ne pronunciamo il nome, il concetto ci si affaccia con chiarezza alla mente. Come può il concetto di un essere perfettissimo sembrarci intuitivamente più semplice di quello, mettiamo, dell’infinito matematico o del moto di rivoluzione dei pianeti?
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Susanna Manara fa un incontro determinante, quello con Ortensio Sollazzo, a causa di un piccolo particolare insignificante: ha semplicemente dimenticato di fare benzina.
“Era in ascensore con le chiavi della macchina in mano quando si ricordò di essere a secco e che, presa dal capillare, aveva dimenticato di chiedere a Giovanni di prestarle la sua Y, visto che lui non aveva un vero e proprio orario e poteva andare a piedi (magari col suo passo fiacco, fiacco, fiacco).”
(Pag. 21)
Susanna si precipita allora per la strada e si avvia a piedi verso la scuola, arrancando sul suo tacco di dieci centimetri buoni: d’altra parte, come si sa, Susy Bomb non uscirebbe mai di casa senza il tacco, anche quando è in ritardo. E’ a questo punto che Ortensio, col suo fuoristrada, la vede e le offre un passaggio…e la storia comincia, in qualche modo, a dipanarsi.
Tutto è scritto? Anche nelle minuzie? Quali possibilità abbiamo, nel nostro agire pratico? Possiamo dire un “sì” o un “no”, con questo aprendo altri sentieri all’interno di uno più grande e già tracciato, oppure quello che, lì per lì, ci verrebbe da chiamare “destino” , non è che un caso?
E, quanto al Caso, si tratta semplicemente di quel che incontriamo senza averlo cercato oppure, come qualcuno sostiene, è ciò che accade quando Dio non ci vuol mettere la firma?
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Umby solleva un problema piuttosto spinoso. Se qualcuno, a torto o a ragione, vuol nascondersi, è difficile che ci riesca in provincia. Però- e a questo punto, come farebbe Susy Bomb, citiamo Seneca- “non si può indossare una maschera troppo a lungo”. Il problema diventa dunque: perchè mai indossare una maschera? In provincia o anche in una grande città?
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