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Archive for Novembre, 2008
Nov
27
2008
Nostalgia della provincia, oppure di un altro tipo di vita?

Chi vive a Roma o Milano non conosce, indubbiamente, il senso di soffocamento che, di tanto in tanto, la vita in provincia suscita in molti. Ma neanche conosce, oppure non conosce più, quei ritmi che tutti ammettono sicuramente più  adatti alle persone (per non parlare dei bambini). Nelle piccole città, dove puoi andare al lavoro o accompagnare i figli  a scuola a piedi, tutt’al più in  dieci minuti di auto o di autobus, la sveglia può suonare un’ora prima dell’orario di lavoro, o, se proprio si è lenti ,  un’ora e un quarto prima., e non di più. Si ritorna a casa per il pranzo e si pranza insieme, magari  di fretta, però lo si fa. Uscendo dall’ufficio il pomeriggio, prima del rientro in famiglia ci scappa una spesa quotidiana o quasi, senza la tristezza della spesa unica (metà della quale, giocoforza, surgelata), una volta alla settimana.  Probabilmente, la sera si è stanchi, ma non stracotti; si può buttare un occhio sulla tv e uno sui giochi dei figli e,insieme, cucinare per il giorno dopo. Le distanze sono minime e non si passano le ore sulla metro o sui bus. E’ più semplice vedere  gli amici, e non c’è  bisogno di programmare ogni cosa e di incasellarla in un sistema complesso di bilanciamenti (se vado a piazza del Tritone allora posso fare anche questo….e quest’altro decisamente no).

E, come scrive Jane, il fatto che tutti ti conoscano, e che conoscano anche la tua famiglia, non sempre è spiacevole, anzi….

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Nov
23
2008
L’Italia è piena di tipi come Ortensio….

Cara Ida, quasi trentaduenne (beata te),

il trentenne italiano appoggiato dalla mamma, che consuma esclusivamente per sè il suo stipendio ( da precario o stabilizzato non conta) , che deve ancora “crescere, fare esperienze, acquistare una sua fisionomia” - la variante attuale, forse, del “faccio cose vedo gente” dell’Ecce bombo” di Nanni Moretti- , insomma il trentenne che fugge non appena sente la puzza di un rapporto meno superficiale o comunque meno disimpegnato,   proprio perchè , il  poveretto, si trova ancora in  una delicata fase di crescita, è decisamente un tipo diffuso.

La colpa di chi è? Della mamma che lo ha iperprotetto? Delle ragazze che, fino a quel momento, gli hanno lasciato credere che lui era così eccezionale e così interessante? Che gli hanno provato che,  con la sua semplice presenza, benchè passeggera, può illuminare una  vita forse altrimenti grigia? Che lo hanno persuaso  che questo lume non dev’essere per forza radicato e duraturo, in modo che anche altre ne possano usufruire? Delle trasmissioni televisive piene di tronisti o di psesudoopinionisti o insomma di fannulloni, come direbbe il ministro Brunetta, che hanno dalla loro, al massimo, la qualità di essere dei bei fannulloni e basta?

Capisco che, una volta che il guaio è fatto, è fatto, e poco conta risalire ai colpevoli. Però in Italia siamo circa 58 milioni. Buona parte dei quali maschi.E i maschi sotto i trentacinque non dovrebbero essere così pochi. E poi non è mai stato facile trovare  una persona che valesse la pena di conoscere e di frequentare: ricordi la storia di Diogene? Quel filosofo greco che andava in giro con una lanterna in pieno giorno, dicendo “Cerco l’uomo!”?…

Tira avanti. Per un Ortensio eliminato, c’è ancora un bel mazzo di  carte che ti attende.

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Nov
22
2008
Cosa vuole il gruppo “Salviamo i Nani da giardino”

Tra i comprimari di “Che fine ha fatto Susy Bomb?”, ci sono Floppy (vero nome Alessandro), Dean (vero nome Vittorio), Santarita (vero nome Rita) e Sara, quattro studenti romani, sui vent’anni, che hanno fondato una cellula del gruppo “Salviamo i nani da giardino”, e che, fra  loro, si definiscono semplicemente “Nani”. La filosofia che li muove è semplice:

“Generalmente una notte al mese Sara usciva col suo gruppo per liberare le anime dei nani, imprigionate in stupidi involucri di terracotta, nei giardini di villette di periferia col tetto dai mattoni rossi e gli autobus extraurbani che stridevano vicino, e, dopo aver riposto il martello sotto una pila di panni, andava a dormire e si risvegliava il pomeriggio successivo”. (Pag. 61)

“L’energia del gruppo Salviamo i Nani da giardino era al colmo. Erano dei combattenti, ma rifiutavano per principio la violenza e, nei loro attacchi, usavano esclusivamente metodi ecologici e naturali come il martello, presente nella storia, probabilmente, almeno dall’Età del bronzo in poi”. (Pag. 109)

E’ capitato più di una volta, nel corso di una presentazione del romanzo, di ascoltare lettori o lettrici che ponevano questa domanda: esiste realmente qualcosa di simile, insomma un movimento che si prefigge di liberare le anime dei nani da giardino, oppure si tratta di un’invenzione?

Sì e no. Di fantasia è, senza dubbio, la cellula romana; tuttavia queste idee circolano davvero, benché il nano-pensiero si divida in due categorie. Oltre ai “martellatori”, come i ragazzi del romanzo, ci sono coloro che reputano più corretto “rapire”, semplicemente, i nani da giardino, per poi riportarli nei boschi, considerati come il loro ambiente naturale. In questa credenza c’è, s’intende, un po’ di tutto: la voglia di sorridere e un tocco di animismo (la persuasione che in ogni cosa, anche se materiale, si nasconda un’anima); un miscuglio di mitologia e di New age nonché una rivisitazione, come nel caso dell’ideologo del gruppo romano, il professor Piero Boni, della teoria di Jung che riguarda l’inconscio collettivo e gli archetipi.

Karl Gustav Jung (1875- 1961) teorizzò che, oltre all’inconscio personale, ne esiste un altro, comune a tutti gli uomini, che si trova alla base della mitologia, della cosmologia e anche della religione dei popoli. L’inconscio collettivo, una specie di “attività psichica superindividuale”, per usare le parole dello psicanalista svizzero, non è intessuto di concetti, bensì di immagini e di simboli, definiti “archetipi”.

E gli archetipi sarebbero “le forze motrici spirituali e le forme o le categorie che le regolano”. Nell’interpretazione - in verità molto personale… - del professor Boni, i Nani da giardino hanno la funzione junghiana di tradurre il mondo interiore all’esterno, sotto una forma creativa. In particolare, Pisolo rappresenterebbe una invariante della mente umana….

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Nov
20
2008
Ah, la provincia…..

La stragrande maggioranza degli attuali Europei è la diretta discendente dei villani che, un tempo, popolavano i feudi, sicchè si potrebbe dire che, in fondo, in Europa siamo tutti dei villani…allo stesso modo, si può certamente affermare che, in Italia siamo tutti, o quasi, dei provinciali. Le nostre città che superano il mezzo milione di abitanti sono ben poche; dai “cento campanili” per ogni regione delle epoche trascorse  siamo passati agli attuali 8.101 comuni; la dimensione media delle città è sessanta- ottantamila abitanti; anche le nostre “metropoli”, come Roma o Milano, non sono paragonabili, in quanto a dimensioni, a Parigi o a Londra.   La nostra nazione non ha una vera e propria “Grande mela”, piuttosto regioni che sono tanti  “melograni”, con un’infinità di chicchi.

In quest’Italia policentrica, tuttavia, dire “provincia” fa venire ugualmente in mente Madame Bovary….come dire le frustrazioni di un piccolo ambiente, il desiderio di evadere, di fare nuove e diverse conoscenze, di sentirsi più liberi di fare o dire quel che si vuole, di piombare, a piacimento, in un comodo anonimato, ma di poter passare con uguale facilità a una immersione nella folla.

Comincerei con i (presunti) difetti della provincia:

1) Effetto soffocamento;

2) Effetto chiacchiera:

3) Effetto tutti si girano e commentano se d’improvviso da bruna diventi bionda;

4) Effetto che tutti ricordano perfettamente i tempi in cui hai frequentato il liceo, sicchè puoi permetterti di toglierti qualche anno solo con le ultimissime generazioni- sempre ammesso che queste ultime non abbiano genitori o zii che, per l’appunto, ti hanno conosciuto al liceo;

5) Effetto che tutti attribuiscono le tue caratteristiche non personalmente a te, ma a qualcuno della tua famiglia, perchè dici il tuo cognome e ognuno  risale alla tua geneaologia……..

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Nov
16
2008
Qual è il capo d’abbigliamento che sta peggio alle donne?

Amiche e amici di Susy, e non solo! Lo stile e la moda sono argomenti ruggenti, si direbbe!

A questo proposito, ricorderete certamente che, una volta perso il cervello, Susanna Manara le prova un po’ tutte per sembrare più giovane, dal taglio di capelli - sul quale torneremo - al trucco fosforescente fino all’abbigliamento… cinese. Malgrado il suo rotolamento, però, mantiene la sufficiente lucidità per rendersi conto che, attorno a lei, molte donne, più che migliorare il proprio aspetto, lo peggiorano con scelte quasi autolesionistiche.

Da pagina 237:

“Susanna era ancora intenta a fissare i manichini quando la sfiorarono chiacchierando, mentre entravano in negozio, un paio di universitarie (presumibilmente), con una pelle del viso compatta e rosea senza bisogno di trucco, ma infagottate in jeans che aumentavano e mettevano in evidenza i loro già robusti, rotondi, bassi e larghi sederi. Le guardò con disapprovazione. Che sconfortante mancanza di gusto![...]”

A tutti capita di vedere, per la strada, belle donne o belle ragazze vestite male, e donne e ragazze che sarebbero senza dubbio più attraenti se indossassero una gonna (che mette in evidenza il punto vita e non il punto “sedere”), e calzassero un bel paio di tacchi per slanciarsi e non scarponi bassi e tozzi o, comunque, scarpette piatte che donano solo dal metro e settanta in poi (oppure se si è filiformi).

Tra i capi d’abbigliamento più difficili da portare se non si è perfette (specialmente per noi baby-boomer, ahi ahi, ma non solo!) ci sono senza dubbio i jeans. Ma non quelli per la scampagnata o per il trekking, che vanno sempre bene: quelli per uscire in città, a vita bassa, magari con una gran cintura, indossati, perdipiù, con il tacco basso…

Risultato fagotto garantito.

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Nov
13
2008
Chi sono i Baby-boomer?

Il romanzo è dedicato ai “Baby-boomer”, con queste parole:

“A tutti i figli del boom che credono di essere qualcosa di diverso da quelli che li hanno preceduti e da quelli che li seguiranno, e perciò sospettano che, per loro, le Regole del Gioco non valgano. Questo perché sono stati la prima generazione a studiare l’inglese, a crescere con la televisione e a prendere il vaccino Sabin con lo zuccherino”.

Sì, ma chi sono “i figli del boom”?

Nei paesi anglosassoni, e specialmente negli Stati Uniti, per “baby- boomer” si intendono, genericamente, i bambini nati tra il Secondo dopoguerra e gli inizi degli anni Sessanta, periodo contrassegnato da una grande ripresa economica e da un andamento demografico molto favorevole. Da noi, nel Vecchio mondo, e in Italia in particolare, l’accezione è più ristretta: più o meno dal 1955 al 1965, in contemporanea con il nostro specifico “boom”, decisamente più tardivo….

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Nov
12
2008
Madri o padri quando?….

Andrea avrebbe voluto diventare padre a trent’anni, Samantah sembra contenta di essere approdata alla maternità a quaranta… dopo aver girato per locali (raccontaci, Samantah: quale tipo di locali? E per quanto tempo li hai frequentati?). Si direbbe, in apparenza, che la scelta di avere un figlio sia libera, individuale e fortemente legata al carattere e alla formazione della persona, oltre che alle esperienze e agli incontri vissuti. Tuttavia, come afferma il filosofo francese Henri Bergson, spesso “noi non scegliamo, ma siamo scelti”: non è forse vero che la nostra società ci suggerisce di considerare alcuni valori preferibili ad altri, e di anteporre benessere materiale o affermazione di sè al naturale desiderio, come si diceva una volta, di “mettere su famiglia”?

Oppure, più o meno consapevolmente, si spostano i confini della genitorialità sempre più in là così come quelli dell’invecchiamento, perché, quando si interpreta la parte dei figli e dei ragazzi - e non dei genitori e degli adulti - tutto è più semplice?

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Nov
10
2008
Esiste un’età ideale per diventare madri?

E’ meglio seguire la natura o la cultura?

La protagonista del romanzo, Susanna Manara, si è sposata a venticinque anni ed è diventata madre di Gabri a 26, mentre la sorella minore Cristiana ha avuto il suo primo bambino a 42. Le due sorelle sono emblematiche di scelte differenti che riguardano uno dei punti cardine dell’esistenza femminile: la maternità. Susanna ha seguito un percorso più tradizionale, benchè, attualmente, meno frequente tra le donne che lavorano; Cristiana, invece, incarna un fenomeno spiccatamente italiano, quello della maternità tardiva, rimandata oltre i quarant’anni.

Nel 1980 l’età media al primo parto si aggirava, in Italia, sui venticinque anni; nel 1993 si attestava sui 27; ora è sui 29. S’intende che le medie sono, come sempre, poco indicative, perché andrebbero specificate, di volta in volta, le aree geografiche, il livello di scolarità e di occupazione delle donne, le credenze religiose e adesso, anche l’etnia di appartenenza. E’ più facile, ad esempio, che una donna della classe media meridionale, che  vive in città, sia più simile nei comportamenti ad una pari classe coetanea di Milano che non a una abitante della sua stessa regione, che vive, però, in un piccolo paese. 

Avere i figli da giovani consente di seguirli meglio e di portare avanti gravidanze con minori rischi? Averli in età più matura rende l’esperienza della maternità e della paternità più ricca e più vera? La cultura sembra suggerire che una persona più realizzata, più stabile sentimentalmente e più completa - mete che generalmente si raggiungono dopo i trenta - sia un genitore migliore; ma la natura non sembra pensarla esattamente così.

Ammesso che sia possibile stabilire a tavolino, in un campo in cui tutto rappresenta una variabile, a quale età sia preferibile diventare madri, che cosa conta di più: la natura o la cultura?

Parliamone. Ecco uno spazio per le vostre esperienze, ma anche per il vostro pensiero e per la vostra voce.
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Nov
06
2008
Benvenuti!

Benvenuti  tutti i lettori, benvenuti  tutti i curiosi, benvenuti  tutti quelli che conoscono già Susy Bomb e le sue avventure, benvenuti  tutti coloro che le conosceranno o che, semplicemente, vogliono dire la loro su uno dei numerosi temi trattati dal romanzo, dai conti che prima o poi bisogna fare con l’età alle crisi di formazione o di assestamento, dai problemi affettivi all’amicizia, dai rapporti in famiglia alle incomprensioni tra uomini e donne, insomma benvenuti tutti quelli che vogliono parlare, ascoltare ed essere ascoltati, benvenuti!

Vi aspettano immagini, parole, riflessioni, spunti, concorsi, consigli da dare e da ricevere, confidenze da scambiare, da gridare o da sussurrare.

Benvenuti.
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Nov
04
2008
Il passato non è mai passato

Un celebre scrittore americano, William Faulkner, afferma che il passato “non solo non esiste, ma non è neanche passato”.

Ed è così: il presente è la fase attuale del passato, e non soltanto di quello - più o meno recente - che deriva dalla nostra stessa, singola esistenza; nelle nostre fattezze, nel funzionamento del nostro corpo, nella tendenza a sviluppare alcune caratteristiche al posto di altre, ad avere determinati punti di forza e di debolezza, noi siamo, essenzialmente, un risultato… anche se nessuno ci potrà mai spiegare da quale antenato secentesco abbiamo ereditato la linea del naso o la facilità a farsi sorprendere da un raffreddore.

S’intende che a determinare questo risultato concorrono anche lo stile di vita e le abitudini: in breve, natura e cultura. Il risultato di oggi, per ciascuno di noi, è decisamente differente da quello di ieri: nella mente e nel corpo, non siamo più di certo quello che eravamo venti o trent’anni fa.

Gli antichi sostenevano che ci si rinnova completamente ogni sette anni, e qualcosa di vero, in quest’affermazione, c’è; i capelli magari si imbiancano, ma crescono di continuo; così le unghie; il rinnovo cellulare, benché più a rilento, procede per tutta la vita; il naso continua ad allungarsi (ahimè), e i piedi a crescere.

Davvero il naso continua a crescere?

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