A scrivere s’impara?
S’impara il cinese, s’impara a costruire una freccia con la punta di selce, perché mai non si dovrebbe poter imparare a comporre una pagina che si regge su una giusta punteggiatura, non contiene “fare” come unico verbo ripetuto dieci volte, e in cui, quando occorre, si va a capo con correttezza?
Qui sulla spiaggia di Cesenatico, sotto l’ombrellone, l’argomento delle sgrammaticature dei maturandi sta tenendo banco. Una signora di Como, ex insegnante, mi fa notare che è piuttosto ottimistico il ritenere che la scarsa familiarità con la grammatica e la sintassi riguardi soltanto i ragazzi. Ribadisce il concetto proponendo una semplice prova. Sottoponendo agli adulti un saggio breve, un componimento di ordine storico o il famoso “articolo di giornale”, vedremmo parecchi volti oscurarsi dinanzi a simili tormenti di Tantalo e, soprattutto, i risultati sarebbero ancora più deludenti.
Un’altra bagnante- come si diceva una volta- sostiene che si tratta di un fatto generazionale. Si spiega meglio: chi ha frequentato le elementari prima del ’68, o nei suoi immediati dintorni, diciamo i primi anni Settanta, prima che l’onda lunga della cosiddetta “destrutturazione linguistica” si allargasse, quando ascolta le parole “predicato, soggetto, copula”, non sgrana gli occhi e anzi comprende immediatamente ciò a cui si allude. La signora afferma con sicurezza che, sottoponendo alla prova di cui si è parlato in precedenza gli over 45, la differenza si vedrebbe.
La discussione si allarga. Qualcuno è ancora persuaso che corretti nell’espressione scritta si nasca (tipo grammatica come Idea innata), o, al contrario, si nasca senza il senso della misura, della proprietà e dell’armonia.
“A scrivere non s’impara”, dice, scuotendo la testa, un funzionario di banca di Bologna.
“Probabilmente”, azzardo, “a scrivere come Dante o Edgar Allan Poe, magari, no. Però, per evitare “proggetto”, non dovrebbe essere necessario chissà che”.
“La colpa è della scuola”, dà la mazzata finale la titolare di un’Agenzia di viaggi della zona, la stessa che, pochi giorni fa, poiché non riesce a organizzare un pullman per l’Arena di Verona per mancanza del numero minimo, ha già sentenziato che, se la gente non va all’Opera, è tutta colpa della scuola.
Per favore, gente. Andateci, all’Arena con un bel viaggetto organizzato dalla mia vicina di ombrellone.
Perché la scuola ne ha già così tante, di colpe, che anche una in meno sul groppone un po’ di sollievo, a noi insegnanti, ce lo dà.
Luglio, tempo di vacanze, ma anche di Esami di Stato. Molte commissioni sono ancora allavoro e, mentre si suda sui libri (e non solo) magari non guasta una (breve) riflessione sul frutto di tanto sforzo, dalla parte degli studenti, senz’altro, ma anche dei loro professori.
Da poco sono stati resi noti i risultati dell’INVALSI, l’agenzia nazionale per il controllo della qualità della scuola italiana, relativi agli elaborati della scorsa edizione degli esami (2009). Il campione, abbastanza rappresentativo, ha riguardato ogni tipo di scuola secondaria, dai licei ai professionali. Quello che emerge nettamente è un dato molto sconfortante: la grande maggioranza dei nostri studenti (e parliamo di maturandi al termine del ciclo!) conosce pochissimo e malissimo la propria lingua madre.
Tali risultati sembrano contrastare frontalmente con l’evidenza di una certa spigliatezza nell’eloquio dei ragazzi, in confronto, ad esempio, con i parecchi “beh,bah,boh” di una generazione fa.
Come dire: gli attuali maturandi dimostrano presenza di spirito e capacità reattive di fronte a un’intervista o magari un’interrogazione, eppure, se li metti a tavolino, sono guai.
Gli esperti dell’INVALSI hanno riesaminato i temi- campione ignorando i relativi giudizi espressi dalle Commissioni, e hanno valutato i contenuti dal punto di vista della correttezza grammaticale, la ricchezza lessicale e la validità/ logicità/ congruenza delle argomentazioni.
Gli studenti dei licei risultano generalmente più corretti di quelli di altri ordini di scuola: meno “un’esempio”, “antologgia”, “suffraggio” o errori nella divisione in sillabe. Tuttavia, in quanto alle improprietà di diversa natura nelle quali si incorre quando non si conosce a sufficienza la propria lingua, o non la si padroneggia, non c’è da stare allegri neanche nei Classici.
La punteggiatura è assente o casuale; maiuscole e maiuscole prendono l’una il posto dell’altra; “sicchè” e “perché”, “dunque” e “quindi” sono usati come sinonimi. Abbondano le virgolette, spesso usate a sproposito perché non si conosce il termine esatto; e i vocabolari, consentiti in ogni prova, servono più per nascondere fogliettini volanti con riassunti illegali o fotocopie miniaturizzate che non per cercarvi sinonimi, concordanze, espressioni…
Si può invocare l’abitudine al PC o agli SMS, ma questo non assolve né i ragazzi, né noi insegnanti (che li promuoviamo). L’obbligo di rispettare comunque una convenzione ortografica rimane, perché, senza di essa, nulla reggerebbe, né l’articolo di fondo né la “Commedia”.
…anzi quasi cinquantuno, visto che è del ‘59.
Mamma mia! Che numero impressionante, quando se ne hanno trenta o quaranta! Mi è rimasto ancora sulla bocca il modo di dire”oh, ma non ho mica cinquant’anni”, che dovrò frettolosamente rivedere in “oh, ma non ho mica sessant’anni”… in attesa di spostare ancora più in là, quando sarà.
Nel Molise c’è un proverbio poco incoraggiante (ma i proverbi, si sa, risalgono alla notte dei tempi, insomma spesso fotografano una realtà sorpassata: speriamolo):
“Cinquant’anni? Buttati a mare con tutti li panni”.
Ma non è più così, vero?
………ha un romanzo in testa e tenta di trasferirlo nel computer o su qualsiasi pezzo di carta che si trova sottomano, si trattasse pure dei biglietti dell’autobus, del conto del supermercato o di un pacchetto di sigarette vuoto?
Che non pensa a nient’altro. Che non risponde al telefono. Che è frettoloso anche con i figli che studiano lontano, ciao ciao, bella di mamma, tutto bene? Sì, sì, tutto bene, a presto, ciao ciao.
Che è veloce anche con i genitori che ugualmente stanno lontano, mamma babbo tutto ok? Sì sì tutto ok, ciao ciao mamma e babbo.
Che a pranzo ripropone sempre le stesse cose, perchè quando cucina cucina doppio o triplo, legumi lessati per tre volte, sugo per quattro, per non perdere tempo.
Che addirittura, pur essendo romagnola di nascita e molisana di adozione, insomma due regioni in cui la pasta fatta in casa è l’unica vera pasta, di nascosto calla famiglia (per non fare figuracce e non far sentire trascurati figli e marito) compra le tagliatelle in un negozio “Pasta fresca” e le spaccia per proprie, ma certo, le ho fatte io per amor vostro anche se sto scrivendo, vi rendete conto?
Che, visto che non ha il tempo di andare dal parrucchiere, perchè, poveretta, è dominata da questa ossessione del romanazo, arriva al punto di mascherare i capelli bianchi (i quali, purtroppo , spuntano anche se lei è in piena ispirazione ), con il mascara per le sopracciglia.
Che, che.. che..
Il prossimo appuntamento per presentare “La notte in cui sparì l’ultimo pollo”, sabato 13 marzo a Novafeltria, Rimini, nell’ambito della festa della donna (così ben sottolineata e articolata da durare più di una settimana), mi ha costretto a una specie di ripasso della questione. Veloce veloce..
Dunque. Non si può non cominciare con Olympe de Gouge, giornalista, scrittrice e attivista politica che, nel 1791, e due anni dopo la celeberrima “Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino”( 26 agosto 1789), diffuse la “Dichiarazione dei diritti della donna e della cittadina”, nella quale rivendicava l’uguaglianza sociale e politica.. Invisa a Robespierre, nel 1793 finì ghigliottinata per le sue idee.
Nel 1856 John Stuart Mill compose assieme alla moglie Harriet l’opera “On liberty”, in cui la soggezione della donna veniva paragonata a quella dei popoli coloniali e considerata un dispotismo inammissibile, perchè nato da una presunzione di superiorità del proprio sesso o della propria civiltà senza ragion d’essere.
Più tardi il filosofo inglese pubblicherà un testo specifico sulla questione femminile, nel quale la posizione subordinata della donna è definita uno sciocco arcaismo, sopravvivenza di un atto di forza compiuto dagli uomini nei tempi passati. La dipendenza delle donne non nasce da un’inferiorità naturale, bensì dalla loro debolezza fisica: il rapporto è lo stesso che intercorre tra uno schiavo e un padrone. Il padrone ha vinto in guerra lo schiavo e lo ha ridotto in quello stato in quanto perdente; lo stesso meccanismo si ritrova nelle società civili dominate dall’elemento maschile: l’uomo, più forte, è il padrone, la donna, più debole , la schiava. John Stuart Mill, da buon liberale, considera davvero stridente questo rapporto di subordinazione, avallato dal pregiudizio e dalla tradizione, nel mondo occidentale nel quale è nato il giusnaturalismo, ovvero la dottrina dei diritti di natura..(1)
John Stuart Mill
Ecco qui l’invito ufficiale:
Associazione “Forche Caudine”, circolo dei Romani d’origine molisana, con il patrocinio della Regione Molise, assessorato al turismo
INVITA
alla presentazione libraria de “La notte in cui sparì l’ultimo pollo” di Simonetta Tassinari (Giunti editore, 256 pagine, 14,50 euro)… spaccato dell’Italia sul finire degli anni Sessanta attraverso gli occhi di una bambina che vuole cambiare il mondo…A cura di Ida Santilli
Venerdì 26 febbraio 2010, ore 18,30
c/o Dolce Idea, via Tolemaide 14 - RomaCOME SCENOGRAFIA OPERE DEL PITTORE MOLISANO GUERINO PALOMBA
Info: www.forchecaudine.it, info@forchecaudine.it, tel. 06-7029692
I sette comuni della Valmarecchia, di recente passati sotto la provincia di Rimini, in occasione del mese di marzo, storicamente dedicato alle donne, organizzano una serie di appuntamenti dal titolo complessivo di “Codice donna: teatro, libri, arte e musica per celebrare lo spirito femminile”.
Si inizierà l’8 marzo con una mostra di pittura nel palazzo mediceo di San Leo, mentre il giorno 13, alle ore 17, sarà presentato “La notte in cui sparì l’ultimo pollo” nel teatro sociale di Novafeltria a cura di Fioretta Faeti Barbato, critica e presidentessa delle prime edizioni del Premio letterario nazionale “Il Pungitopo”.
Ma ci aggiorneremo…
Le ultime due presentazioni di “La notte in cui sparì l’ultimo pollo” si sono svolte all’insegna del gran freddo. A Capracotta (Isernia), il 3 gennaio, le accuratissime relazioni del poeta e critico Valentino Campo, dello scrittore, attore e poeta Fabio Mastropietro e della scrittrice Antonella Presutti hanno riscaldato la sala della biblioteca comunale, ma all’esterno la temperatura era di meno sette… malgrado la mancanza di neve, ahimè, che però pare stia arrivando.
A Rocca San Casciano (Forlì), il 5 gennaio, era addirittura in corso una bufera di neve! Grazie ai non pochi coraggiosi che ugualmente si sono presentati nella sala consiliare del municipio ad ascoltare le relazioni del sindaco, l’avvocato Rosaria Tassinari, e del giornalista e critico Quinto Cappelli.
D’altra parte, per un romanzo uscito a metà novembre non ci si poteva attendere altro, malgrado l’ambientazione balneare!
La presentazione di “La notte in cui sparì l’ultimo pollo” a Rocca san Casciano, prevista per il 19 dicembre, è slittata al 5 gennaio a causa del Generale Inverno che ha pesantemente visitato l’Appennino romagnolo (e non solo) in questo fine settimana..
Appuntamento a ridosso della Befana, dunque!
A Rocca San Casciano, sabato 19 dicembre, alle ore 17,30, presso la Sala consiliare del Municipio, il Sindaco, dottoressa Rosaria Tassinari, e il giornalista Quinto Cappelli, presenteranno “La notte in cui sparì l’ultimo pollo” e, naturalmente, ci sarò anch’io.
Rocca san Casciano, sull’Appennino toscoromagnolo, a poco più di venti km da Forlì, è uno dei paesi della cosiddetta “Romagna toscana”, amministrativamente dipendenti da Firenze fino ai primi decenni dell’Ottocento,l con peculiarità linguistiche e gastronomiche. E’ noto in tutta Italia per la Festa del falò che si tiene in occasione della festività di San Giuseppe, nel mese di marzo…
